giovedì 25 marzo 2010

Aafia Siddiqui: Rapita coi suoi tre bambini, torturata per 5 anni a Bagram, deportata negli Usa per un processo-farsa

بسم الله الرحمن الرحيم
Nel Nome di Allah, il sommamente Misericordioso, il Clementissimo

Aafia Siddiqui, nata a Karachi, in Pakistan, il 2 marzo 1972, è una dei tre figli di Mohammad Siddiqui, un medico laureato in Inghilterra, e di Ismet. È madre di tre bambini.
Aafia si recò in Texas nel 1990, per raggiungere suo fratello, e dopo aver studiato per un anno all’università di Houston si trasferì al MIT. Sposò poi Mohammed Amjad Khan, uno studente di medicina. Si laureò alla Brandeis University prima di conseguire un dottorato al Massachusetts Institute of Technology.
A causa delle difficoltà, per i Musulmani, di vivere negli Usa dopo l’11 settembre, Aafia e suo marito tornarono in Pakistan.
Essendo sopraggiunti dei problemi coniugali, Aafia e il marito divorziarono quando la donna si trovava all’ottavo mese di gravidanza del suo terzo bambino. Aafia e i bambini andarono a vivere nella casa della madre di lei.
Dopo aver dato alla luce il suo terzo figlio, Aafia rimase a casa di sua madre per il resto dell’anno, poi decise di ritornare negli Usa con i bambini, intorno al dicembre 2002, per cercare lavoro nell’area di Baltimora, dove sua sorella aveva trovato un impiego al Sinai Hospital.
Quando gli Americani catturarono Khalid Sheikh Mohammad, Aafia e i suoi bambini scomparvero. Un articolo sulla stampa pakistana in lingua Urdu sostenne da subito che la donna e i bambini erano “sotto custodia” delle autorità pakistane; in altri termini: rapiti.
Secondo quanto riportato da diverse associazioni per la difesa dei diritti umani, si stima che il presidente pakistano Musharraf abbia venduto, dall’inizio dell’aggressione contro l’Afghanistan, almeno 600 persone sospettate di terrorismo alla Cia.
Come raccontano i familiari, Aafia, insieme ai suoi tre bambini, lasciò la casa materna, a Gulshan-e-Iqbal, il 30 marzo 2003; dovevano prendere un volo per Rawalpindi, ma non raggiunsero mai l’aeroporto. Fonti che preferiscono mantenere l’anonimato dichiarano che Aafia fu rapita dai servizi segreti, e consegnata nelle mani di agenti americani.
Aafia Siddiqui era scomparsa da più di un anno, quando l’FBI (che già la deteneva illegalmente con i figli nel centro di tortura di Bagram, in Afghanistan) aggiunse ipocritamente le sue fotografie nella lista dei “most wanted”, i più ricercati del pianeta, per presunti legami con Al-Qa’ida.
La stampa al servizio della disinformazione, in seguito ad una conferenza dell’FBI, montò una storia, sostenendo che la scienziata sarebbe stata addirittura al centro di un traffico di diamanti in Liberia, nel 2001. Ma l’avvocata della famiglia possiede dei documenti che provano come Aafia si trovasse a Boston proprio la settimana in cui – secondo la ricostruzione fasulla – avrebbe dovuto essere in Liberia a trafficare diamanti.
Improvvisamente, martedì scorso, Aafia è “ricomparsa” dinanzi ad un tribunale di New York, per rispondere dell’accusa di “tentato omicidio e aggressione” nei confronti di agenti americani. Rischia 20 anni di prigione.
Ma come è arrivata negli Usa?
Secondo la versione fornita dai mass media al servizio della disinformazione, L’Fbi sostiene di non aver avuto tracce della Siddiqui dal momento della “scomparsa”, nel 2003. Il capo di imputazione che la incrimina per terrorismo e tentato omicidio, parla di un arresto il 17 luglio a Ghazni, in Afghanistan. La donna sarebbe stata bloccata dalla polizia locale: sarebbe stata trovata in possesso di documenti sulla preparazione di esplosivi. La Siddiqui, per l’Fbi, avrebbe anche avuto con sé liquidi e gel non meglio precisati e descrizioni di edifici di New York.
Il giorno dopo, 18 luglio, secondo gli atti presentati alla Corte federale del Southern District, a Manhattan, due agenti dell’Fbi, due ufficiali dell’Esercito Usa e due traduttori si sarebbero recati a interrogare la donna a Ghazni. Nella stanza degli interrogatori, la donna sarebbe riuscita a impossessarsi del mitragliatore M-4 di uno dei militari e, gridando «Allahu Akbar», lo avrebbe puntato sugli agenti. Un interprete sarebbe riuscito a deviare l’M-4 mentre la donna apriva il fuoco e un militare le avrebbe sparato “per legittima difesa”. La Siddiqui sarebbe stata ferita al torace, ma non gravemente.
Ma la versione fornita dai familiari della sorella è drammaticamente diversa: in realtà, Aafia è stata prigioniera per anni nella base americana di Bagram, in Afghanistan. «Le torture e gli stupri a cui l’hanno sottoposta negli ultimi 5 anni sono crimini che superano tutti quelli che le imputano», ha detto la sorella di Aafia, Fauzia, ai giornalisti di Karachi, durante una conferenza stampa. Anche un’avvocata che assiste la Siddiqui a New York, Elaine Whitfield Sharp, ha dichiarato: “Sapevamo da molto tempo che Aafia si trovava a Bagram. Molto tempo. La mia cliente ha dichiarato di avervi trascorso degli anni, sotto custodia americana; il trattamento riservatole è stato orribile”.
L’avvocata ha particolarmente insistito sulle condizioni di salute di Aafia. In particolare, dopo essere stata colpita, non ha ricevuto cure mediche appropriate e la ferita si è infettata. La donna è estremamente debole, eppure le vengono negate le visite a cui avrebbe diritto.
Perfino i contatti tra l’avvocata e la sua cliente sono stati problematici. Si sono parlate soltanto in una cella, con un vetro a separarle, e l’unico contatto possibile è stato attraverso la porticina per passare il cibo. Come dice l’avvocata: “Dovevamo parlare a voce bassa, coscienti di essere videoregistrate. In questa situazione, mi è stato impossibile comunicare con la mia cliente”.
Aafia e i suoi bambini sparirono nel 2003. Il secondo marito di Aafia si trova anch’egli, secondo quanto riferito dagli Usa, detenuto per “terrorismo”, a Guantanamo…
L’FBI estorse il nome di Aafia a Khalid Sheikh Mohammad sotto tortura.
Cosa è successo ai bambini??? Il più piccolo, al momento della cattura era un neonato di 9 mesi, il più grande, Ahmed, aveva 7 anni. La famiglia di Aafia non ha mai più avuto alcuna notizia di loro.
Secondo quanto riferito dal sito Cageprisoners, Ahmed, che oggi ha soltanto 12 anni, è detenuto illegalmente in Afghanistan, ora senza più nemmeno sua madre, nonostante la sua cittadinanza americana.
Gli Usa rifiutano di liberarlo e di riaffidarlo in custodia ai suoi parenti, in Pakistan. Cosi come rifiutano di fornire informazioni relative ai suoi due fratellini rapiti…

YÂ MU’TASIMA!!!
Assalamu ‘alaykum waRahmatullah
riportiamo di seguito un articolo sulla nostra sorella Aafia Siddiqui, dal quotidiano il manifesto del 13.08.08

È il lato oscuro degli Usa
Ferita e in catene, la «prigioniera 650» alla sbarra a New York

JOHN ANDREW MANISCO/LUCIO MANISCO

«The Dark Side», «Il Versante Oscuro» di Jane Mayer, pubblicato il mese scorso negli Stati Uniti, documenta le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, l’abrogazione del «Bill of Rights» e delle garanzie costituzionali perpetrate dall’amministrazione Bush dopo l’11 settembre sotto l’egida della lotta al terrorismo. Il titolo richiama la minacciosa battuta del vicepresidente Dick Cheney subito dopo l’attentato alle Torri gemelle: «Ora l’America dovrà entrare nel versante oscuro della sua storia».

In tribunale ferita e in catene
Abbiamo quindi avuto la guerra dell’Afghanistan e all’Iraq, Abu Grahib, Bagram, Guantanamo, la tortura istituzionalizzata sotto diverso nome dagli editti della Casa Bianca e il trasferimento segreto in carceri straniere dei sospettati di terrorismo a opera della Cia. Ma il dramma su cui si è levato il sipario il 5 agosto in un aula del tribunale federale del distretto di Manhattan sta rivelanto quanto tenebroso sia stato quel «versante» e quanto inarrestabile per disumanità sia stata «la discesa all’inferno degli Stati uniti d’America», nelle parole dell’avvocato Elizabeth Fink.
Davanti al giudice Ronald L. Ellis è stata portata una donna pakistana in catene di 36 anni, ferita alle spalle da due colpi di arma da fuoco, macilenta, tremante e in stato di choc: risponde al nome di Aafia Siddiqui. Non è un nome nuovo alle cronache dell’antiterrorismo. L’ex ministro alla giustizia John Ashcroft la identificò nel 2004 come militante di Al-Qaida, latitante, coinvolta nell’attentato alle Due Torri e in altri complotti terroristici negli Stati uniti. Un breve profilo diffuso dal Fbi la descriveva come «nota scienziata» laureata in neurologia al Massachussetts Institute of Technology e alla Brandeis University negli Stati uniti, e madre di tre figli. La notizia della sua latitanza era stata apparentemente falsificata per motivare lo stato d’«allarme giallo» proclamato da Ashcroft: in realtà Aafia Siddiqui era stata catturata insieme ai tre figli a Karachi dai servizi segreti pakistani nel marzo 2003 e consegnata a personale militare statunitense che l’aveva trasferita nella famigerata prigione all’interno della base di Bagram, in Afghanistan. La notizia del suo arresto era stata data dalle autorità pakistane, non era stata confermata da quelle americane che avevano mantenuto il silenzio assoluto fino ad una clamorosa smentita diramata lo scorso mese. E’ stata questa smentita a provocare una vera e propria crisi diplomatica tutt’ora in corso tra Islamabad e Washington. Diverse fonti negli ultimi cinque anni hanno attestato in termini terrificanti la sua presenza come «prigioniera numero 650» in quello diventato tristemente famoso come «il dipartimento torture» del carcere di Bagram. Imram Khan, l’ex campione pakistano di cricket presentatosi poi come candidato alla presidenza contro Musharraf, l’ha chiamata «la signora in grigio», «quasi un fantasma, uno spettro le cui urla e i cui pianti continuano a tormentare i sonni di chi li ascoltò». Un detenuto riuscito ad evadere raccontò poi ad una stazione televisiva araba di avere visto più volte la donna mentre veniva trascinata in catene da soldati americani lungo un corridoio che portava alle latrine del carcere, «poi la riportavano nella sua cella e lei sembrava impazzita, piangeva e batteva freneticamente i pugni sulla porta».

«Torturata per cinque anni»

La sorella Fauzia residente a Karachi ha dichiarato: «E’ stata violentata e torturata per cinque anni, non sappiamo nulla del destino dei suoi tre figli. Si tratta di un crimine inaudito, peggiore di qualsiasi altro crimine di cui possa essere stata mai accusata». Nel tribunale di Manhattan il pubblico ministero Christopher L. Lavigne ha ribadito dal canto suo il 5 agosto, che «la signora Siddiqui fino al 22 luglio scorso, data del suo arresto, non era stata mai detenuta dalle autorità americane», ma la versione da lui fornita sulle circostanze della sua presunta cattura due settimane fa non è solo inverosimile ma sfida qualsiasi logica. Dunque Aafia Siddiqui sarebbe stata arrestata davanti ad una stazione di polizia afghana e trovata in possesso di alcune fiale di sostanze chimiche sospette, di una lista di bersagli «sensibili» negli Stati uniti e del «manuale anarchico per la fabbricazione di bombe». Nessuna spiegazione fornita del perché una scienziata laureata in neurologia, nota per il suo estremismo islamico, passeggiasse con questo materiale nella borsetta davanti ad un commissariato di polizia. Più incredibile il prosieguo della versione del pubblico ministero: due agenti del Fbi, due militari americani e due interpreti si presentano in una sede governativa per interrogare la donna e non si acorgono che lei si trova dietro una tenda da cui esce urlando «Allah è grande»; impadronitasi di un fucile mitragliatore appoggiato sul pavimento da un militare Usa, apre poi il fuoco senza colpire nessuno. Viene a sua volta abbattuta con due colpi di pistola automatica calibro nove da uno degli interpreti. L’avvocato difensore Elizabeth Fink indica la donna gracile che non pesa più di quaranta chili, seduta in evidente stato di choc con un velo scuro sul capo e ammanettata nell’aula del tribunale e chiede al giudice: «Questa storia è palesemente assurda: lei come fa a crederci?». Arriva secca la replica del magistrato: «Non ho alcun motivo per dubitare dell’informazione fornitami dalla pubblica accusa». Vengono quindi respinte la richiesta di rilascio in libertà provvisoria e l’esigenza di cure speciali per le ferite riportate.

Oro colato, la versione ufficiale

Il giorno dopo i quotidiani britannici Guardian e The Independent dedicano intere pagine al caso di Aafia Siddiqui e si chiedono perché mai l’imputata non sia andata a finire a Guantanamo come «combattente nemica» e sia stata invece incriminata a New York per tentato omicidio di militari statunitensi, un reato punibile con sei o sette anni di reclusione. Più stringato e asettico il resoconto del New York Times che si limita ad osservare come altri casi di terrorismo siano stati affrontati da normali tribunali quando le prove di reati minori rendevano più certe le condanne. Nessuna menzione sul quotidiano newyorchese delle torture inflitte alla Siddiqui, in quanto vengono accolte come oro colato le smentite governative.

Jazakillahu khayran a Khadijah, che attraverso Kelebek ci trasmette i links di due petizioni per ottenere inshaAllah la liberazione della sorella Aafia Siddiqui e dei suoi bambini:

Cageprisoners.com – serving the caged prisoners in Guantanamo Bay

Appeal for the Release of Dr. Afia Siddiqui & Her 3 Children Petition

Jazakillahu khayran anche a Noura, che segnala la storia di Aafia al sito dei bambini scomparsi:

Bambini Scomparsi – Troviamo i Bambini

Allah ci basterà, Egli è il Migliore dei Protettori

Per scriverle:

AAFIA SIDDIQUI 90279-054 36

MDC BROOKLYN

METROPOLITAN DETENTION CENTER

P.O. BOX 329002

BROOKLYN, NY 11232

Per inviarle del denaro:

Federal Bureau of Prisons

AAFIA SIDDIQUI

90279-054 36

Post Office Box 474701

Des Moines, Iowa 50947-0001

Per firmare la petizione per la sua liberazione:

Justice for Aafia Siddiqui Petition

Jazakumullahu khayran di diffondere questa campagna inshaAllah, attraverso siti, blog, mailing lists, ecc…

L’intrigante caso della dottoressa Aafia Siddiqui – di Yvonne Ridley

بسم الله الرحمان الرحيم

Il Governo pakistano ha ricevuto l’ordine di assicurarsi del rilascio della scienziata, dottoressa Aafia Siddiqui, attualmente detenuta negli Stati Uniti.

L’Alta Corte di Islamabad ha emesso la rivoluzionaria sentenza, con un’azione accolta con favore dalla sua famiglia, dai suoi sostenitori e da tutti coloro che desiderano vedere che giustizia sia fatta nei confronti di una donna che è stata intrappolata in una esistenza infernale negli ultimi sei anni.

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Sorelle pakistane manifestano per Aafia

Tuttavia, non tutti sono felici che il giudice Raja Saeed Akram abbia ordinato al Governo di adoperarsi per riportare a casa Aafia.

Come ho scoperto pochi giorni fa, durante una visita in Pakistan, sembra che il suo ex marito, il dottor Mohammad Amjad Khan, si stia impegnando contro la madre dei suoi tre figli.

In un’intervista esclusiva concessa al giornalista di Karachi Aroosa Masroor, di “The News”, il dr. Khan ha dichiarato che molte delle affermazioni a proposito di Aafia, propagate per guadagnare il sostegno e la simpatia del pubblico, sarebbero false.

Perché abbia scelto di rompere il suo silenzio, dopo sei anni, non è immediatamente evidente… a meno che non facciate vostra la folle teoria secondo cui egli sarebbe stato determinante nell’arresto e nella scomparsa di sua moglie.

Naturalmente, sarebbe oltraggioso e diffamatorio suggerire che il dr. Khan fosse coinvolto, e io certamente non ho prove per ipotizzare altrimenti, ma quello che mi intriga è il motivo per cui quest’uomo voglia giudicare e deliberatamente fuorviare il pubblico, come ha fatto nella sua prima intervista.

Non sono sicura di quali siano le sue motivazioni, ma in una conferenza stampa che ho tenuto al National Press Club di Islamabad questa settimana, ho lanciato una sfida al dr. Khan, perché fornisca le prove, oppure taccia.

Nella sua intervista del 18 febbraio, ha dichiarato: “Il rilascio di Aafia non puo’ essere garantito dalla diffusione di storie basate sulla falsità e l’inganno”, continuando poi a mentire in modo cosi’ palese che non posso rimanere più a lungo in silenzio, ed ecco perché.

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Egli sostiene che la fotografia di Aafia, accasciata su un fianco con gli occhi chiusi, fosse un’immagine ingannevole, scattata da sua sorella Fowzia anni fa. Si lancia perfino a fornire minuziosi dettagli, che spiegherebbero la sua bocca ferita, dichiarando che il labbro superiore di Aafia fu tagliato da una bottiglia di latte accidentalmente.

Fowzia, dice lui, lo avverti’ a quell’epoca che, se egli avesse provato a divorziare da Aafia, lei avrebbe usato quell’immagine contro di lui, accusandolo di essere un marito violento. “Fu fatto sembrare nella foto che Aafia fosse stata gravemente ferita. Oggi, la stessa immagine viene diffusa sui mass media per affermare che Aafia è stata torturata per anni a Bagram”, afferma nell’intervista rilasciata a “The News”.

Non vi è alcuna esitazione in tale affermazione – egli è assolutamente certo dell’origine di “questa immagine”. Ebbene, anch’io sono sicura riguardo alle origini di “questa immagine”, poiché essa è stata prelevata dall’ufficio del Governatore di Ghazni nel luglio del 2008.

Come lo so? Perché è stato lo stesso governatore a dirmelo, e poi mi ha mostrato delle copie di questa e di altre immagini scattate ad Aafia il giorno del suo arresto, che egli conservava nel suo computer portile. Se si esamina questo inedito filmato girato dal regista Hassan al Banna Ghani, che mi ha accompagnata nelle mie indagini in Pakistan e in Afghanistan l’anno scorso, le origini di questa immagine risultano chiarissime.

Questo è il motivo per cui mi sono alzata in piedi durante una conferenza stampa, pochi giorni fa, chiamando il dottor Khan un bugiardo, e invitandolo poi a perseguirmi “in un tribunale di sua scelta” per calunnia e diffamazione. In quanto giornalista, comprendo la gravità di una tale affermazione, e non la pronuncio con leggerezza, ma penso quello che dico, e dico quello che penso.

Nel frattempo – caro lettore – lascero’ che tu possa giudicare da solo riguardo alla fotografia della dottoressa Aafia.

Puo’ darsi che tu abbia una teoria personale sul perché il suo ex marito abbia mentito. Ecco il filmato:
http://www.youtube.com/watch?v=nBhseSkNX68

Il divorzio è stato, senza dubbio, un’esperienza molto amara per entrambe le parti, cosi’ come lo sono la maggior parte dei divorzi. L’amarezza potrà accompagnarlo per tutta la vita, ma alla fine della storia la dott.ssa Aafia è la madre dei suoi tre figli, e come tale merita il suo sostegno e il suo rispetto.

Se non glieli puo’ dare, allora consiglio al dott. Khan di tornarsene nell’ombra e di smettere di fare dichiarazioni contro sua moglie.

Aggiungere dettagli a proposito del suo matrimonio fallito con la dott.ssa Aafia non servirebbe a nulla, sebbene io debba chiedermi perché il dott. Khan firmo’ un accordo legale in base al quale la custodia dei tre figli fu affidata ad Aafia dopo la loro separazione, se davvero egli pensa che sua moglie fosse (come ritrae nell’articolo) “una violenta, instabile donna sotto il dominio dei jihadisti”.

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Ahmed, il figlio tredicenne di Aafia (qui con la zia materna Fowzia), è stato riconsegnato dall’Afghanistan alla sua famiglia in Pakistan nel settembre 2008, a cinque anni dalla scomparsa. I suoi due fratellini, Marium e Suleiman, risultano ancora dispersi

Nel frattempo, due dei figli della dott.ssa Aafia ( Marium, che adesso ha 10 anni, e Suleiman di 6 – risultano ancora dispersi.

Probabilmente è qualcosa che dovrebbe colpire ogni genitore, ma il dott. Khan afferma con indifferenza: “Sono sicuro che si trovino intorno a Karachi, e in contatto con la loro famiglia materna, cosi’ come Aafia e i bambini sono stati visti intorno a casa loro, qui e a Islamabad, in diverse occasioni, fin dalla loro presunta scomparsa nel 2003. Puo’ darsi che vivano sotto false identità, come avevano vissuto Aafia e Ahmed (Come Saliha e Ali Ahsan) per cinque anni, prima che fossero arrestati”.

Egli afferma che la dichiarazione della dott.ssa Fowzia, secondo cui i bambini sono scomparsi dopo essere stati trasferiti dalla prigione di Bagram in Afghanistan, “potrebbe essere un tentativo per attirare la simpatia del governo e della gente, e distrarre l’attenzione dalla vera localizzazione”.

Egli cerca anche di gettare acqua fredda sulle dichiarazioni secondo cui Aafia fu detenuta dalle forze statunitensi, anche nella prigione di Bagram, per 5 anni. Ma cosa sa costui veramente?

Io, al contrario, ho le dichiarazioni di testimoni oculari, secondo cui la donna nota come Prigioniero 650 che è stata detenuta a Bagram per 5 anni altri non è che la dott.ssa Aafia Siddiqui.

Anche le autorità statunitensi, dopo mesi di smentite, finalmente concordano con le mie dichiarazioni, ammettendo che il Prigioniero 650 fosse davvero una detenuta di sesso femminile sotto la loro custodia.

La sola disputa che continua a dividerci è l’identità del Prigioniero 650. Le autorità statunitensi dichiarano che non fosse Aafia, ma rifiutano di dire chi fosse e a quale Paese sarebbe stata restituita.

Io, d’altra parte, possiedo ora un’intervista-testimonianza rilasciata liberamente dall’ex detenuto di Guantanamo, Binyam Mohamed, che conferma che il Prigioniero 650 e la dott.ssa Aafia Siddiqui sono la stessa persona. Quest’uomo la vide durante il tempo da lui trascorso a Bagram, e l’ha riconosciuta. La prova da lui fornita è, a mio parere, irrefutabile.

Ancora una volta, esprimete il vostro parere esaminando l’intervista a Binyam Mohamed, attraverso questo link:

http://www.presstv.com/programs/player/?id=90350

Vengo ora a sapere che il processo contro Aafia sta per essere sottoposto alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja e che il Governo del Pakistan si sta adoperando seriamente sulla questione.

Nel frattempo, il processo contro Aafia riprenderà a New York a fine mese, dopo che uno psicologo e un medico avranno presentato le loro relazioni riguardo alla sua salute, e abbiano deciso se ella sia in grado di difendersi.

L’udienza è, di per sé, illegale, e non so come potrà proseguire. Io dico che, per cominciare, Aafia è dopotutto una cittadina pakistana che viene processata per un reato che si presume commesso in Afghanistan. Sta subendo un processo in America soltanto perché è stata gettata su un “rendition flight” verso l’America – e non è stata certamente estradata.

Yvonne Ridley

9 giugno 2009

http://yvonneridley.org/yvonne-ridley/articles/the-intriguing-case-of-dr-aafiya-siddiqui.html

Yvonne Ridley è una sostenitrice dell’organizzazione per i diritti umani Cage Prisoners, e lavora come giornalista radiofonica.

Il suo settimanale di attualità “The Agenda” va in onda ogni venerdi’ sera alle 19.05 (GMT) su Press TV.

Riferimenti a questo articolo:

Intervista a Binyam Mohamed: http://www.presstv.com/programs/player/?id=90350

Intervista al Governatore di Ghazni: http://www.youtube.com/watch?v=nBhseSkNX68

Intervista a The News: http://www.thenews.com.pk/print3.asp?id=20404

“Se vi avessero rinchiusi in una prigione segreta, e i vostri bambini fossero stati torturati…”

بسم الله الرحمان الرحيم

Aafia Siddiqui, rapita con i suoi tre bambini nel 2003, mentre si stava recando all’aeroporto di Karachi, imprigionata e torturata per 5 anni a Bagram, deportata illegalmente negli Usa dopo essere stata ferita, e’ stata oggi condannata per tentato omicidio da un tribunale di New York. Gli agenti della Cia suoi aguzzini sostengono infatti che la scienziata pakistana si sarebbe impadronita di uno dei loro fucili aprendo il fuoco…

Due dei suoi bambini risultano tuttora scomparsi. Il terzo, Mohammad Ahmad (nella foto qui sopra), restituito al Pakistan dalle autorita’ afgane nel 2008, vive oggi con sua nonna e una zia a Karachi, dove la polizia ha aperto lo scorso dicembre un’inchiesta sul “rapimento di Aafia Siddiqui da parte di sconosciuti”, secondo quanto riferito da Niaz Khoso, un alto responsabile della polizia di Karachi.

Secondo quanto riferito dall’AFP, egli ha dichiarato di aver raccolto la testimonianza del tredicenne: “Ci ha detto che degli uomini avevano intercettato il taxi che li conduceva all’aeroporto di Karachi e li aveva catturati”, ha detto. Mohammad Ahmed aveva all’epoca 6 anni.

“Ci ha detto che lo addormentarono, e che si risveglio’ in una prigione per bambini a Kabul, dalla quale lo liberarono delle organizzazioni per i diritti umani nel 2008, consegnandolo alle autorita’ pakistane”.

“…E non importa quante minacce o intimidazioni verranno utilizzate nel tentativo di impedire a me o altri come me di rivelare la verita’, noi continueremo a chiedere giustizia e a lottare per questa giustizia per tutto il tempo che sara’ necessario…”

Yvonne (Siddiqa) Ridley (jazahAllahu khayran)

Il resoconto dettagliato del processo su Cageprisoners (jazahumullahu khayran)

Ma altri detenuti sentivano proprio una donna, che gridava mentre la torturavano, nella cella vicina…

بسم الله الرحمان الرحيم

Le autorità USA hanno sempre negato di avere una detenuta donna a Bagram. Ma altri detenuti sentivano proprio una donna, che gridava mentre la torturavano, nella cella vicina. Non conoscevano il suo nome, solo il numero con cui la sentivano chiamare dai torturatori: 650…

… Grazie a Silvia, una parola di verita’ per Aafia >>>


NO MORE LIES: Truth4Justice>>>>>>>>>

Una lettera della sorella Aafia Siddiqui (che Allah la liberi e le restituisca i suoi bambini, amin)

بسم الله الرحمان الرحيم


“Oh mia Ummah Insensibile”

Sono la dottoressa Aafia, sono laureata al Massachussetts Institute of Technology (USA), ho tre figli e l’obiettivo di aiutare la mia nazione con la mia formazione di alto livello, e vi sarei molto grata per il vostro aiuto.

Sono stata rapita nel mio stesso Paese dai miei stessi fratelli, e venduta all’America. Sono stata picchiata, stuprata, torturata, ancora e ancora, sotto il nome di Prigioniero 650. Ho pregato per il mio Muhammad ibnu Qasim, per ogni secondo degli anni trascorsi in prigione, in un Paese Islamico, l’Afghanistan.

Sono la sorella di un quinto della popolazione del mondo musulmano. La mia nazione è storicamente famosa per la difesa e nella tutela dei diritti dei suoi cittadini, fin dal principio. ‘Umar (ibn al-Khattâb) disse: “Se un cane muore vicino al fiume Arafat, ‘Umar ne sarà responsabile nel Giorno del Giudizio”.


Al momento non posso camminare per conto mio, uno dei miei reni è stato rimosso, una pallottola mi ha colpito al petto, mi è stata negata qualsiasi assistenza medica e legale e non sono sicura se sopravviverò oppure no.

Vorrei revocare il mio statuto di sorella. Io sono una fiera Musulmana, seguace del Profeta Muhammad (sallAllahu ‘alayhi waSallam), sorella di Abu Bakr, ‘Umar, ‘Uthmân e ‘Ali (radiAllahu ‘anhum), dei Compagni (del Profeta) e dei loro veri seguaci. Non voglio essere vostra sorella.

Essi sono i miei protettori ed io chiederò l’aiuto di Allah, non il vostro.

Non voglio essere pakistana; il Pakistan ha 600.000 soldati e forze speciali, ma non sono in grado di proteggermi, avevano giurato di proteggermi, ma si sono rifiutati di farlo quando avevo bisogno del loro aiuto. La mia cosiddetta Ummah musulmana ha milioni di soldati, cannoni e carri armati. Armi automatiche, aeroplani da combattimento, sottomarini, ma ancora non sono riusciti a salvarmi.

Non preoccupatevi per il Giorno del Giudizio, non sarete ritenuti responsabili, poiché voi non siete miei fratelli nell’Islâm. Voi siete Arabi, Persiani, Palestinesi, Africani, Malesi, Indonesiani, del sud est asiatico, ma non Musulmani.

Mi dispiace se ciò vi ferisce, ma non potete immaginare quanto ferisca me.

Aafia Siddiqui

Scrivi a Aafia Siddiqui

AAFIA Siddiqui # 90279-054
MDC BROOKLYN
METROPOLITAN Detention Center
P.O. BOX 329.002
BROOKLYN, NY 11232

Gli avvocati di Aafia consigliano, quando le si scriva, di non discutere o richiedere informazioni riguardanti il suo caso, o le accuse contro di lei, la sua sorte o quella dei suoi figli, per gli ultimi cinque anni. Potete inviare delle fotografie nelle vostre lettere, ma non pacchi postali.
È possibile inviare libri, giornali e riviste direttamente dalle case editrici (come www.barnesandnoble.com o www.amazon.com). Aafia ha chiesto un quotidiano e libri sulla natura.

Se volete essere certi che non abbia già ricevuto una copia della rivista o del libro che si vuole inviare, per favore scrivete un’e-mail a Sarah Kunstler sarah@fkolaw.com

Se preferite potete inviare e-mails di sostegno per Aafia Siddiqui a contact@cageprisoners.com

Si prega di inviare messaggi di sostegno alla sua famiglia a contact@cageprisoners.com

Il prigioniero reale è una persona il cui cuore è imprigionato dal suo Signore;
Veramente in cattivit
à è qualcuno schiavo delle sue passioni…
(shaykh Al-Islam Ibn Taymiyyah, rahimahullah)

28 marzo: Aafia Siddiqui Day – Giornata mondiale per Aafia Siddiqui

بسم الله الرحمان الرحيم

Assalamu ‘alaykum waRahmatullahi Ta’ala waBarakatuHu

Spero di trovarvi tutti in ottima salute e con l’Iman forte inshaAllah.

Vi invito a difendere l’onore della vostra sorella che ha dedicato la sua vita a difendere l’onore di questa Ummah. Se siete interessati, continuate a leggere per favore. In caso contrario, o se siete troppo occupati, spendete il tempo che vi sarebbe occorso per leggere questo messaggio per cercare una scusa che siate sicuri vi potrà proteggere nel Giorno del Giudizio. Ricordatevi soltanto il monito del Profeta (pace e benedizioni di Allah su di lui), che disse: “Chiunque sia presente mentre un Musulmano viene umiliato dinanzi a lui, e sia in grado di soccorrerlo (ma non lo faccia), Allah lo umilierà dinanzi a tutta la creazione nel Giorno del Giudizio”.

Noi tutti dovremmo essere consapevoli della situazione della nostra sorella Aafia Siddiqui che il mese scorso è stata condannata per il tentato omicidio di soldati americani in Afghanistan, e attualmente si trova in carcere.

Il lato oscuro di questa vicenda è il fatto che Aafia era scomparsa dal 2003, e afferma di essere stata rapita con i suoi tre bambini da parte dei servizi segreti pakistani, che li consegnarono poi nelle mani degli americani, i quali rinchiusero la sorella in diverse prigioni segrete, separandola dai suoi figli, per cinque anni, durante i quali fu ripetutamente stuprata e torturata. Due dei suoi bambini risultano tuttora scomparsi.

Al processo contro Aafia è stato dimostrato che non c’era alcuna prova di qualsiasi residuo proveniente dal fucile da cui si presume ella abbia sparato, alcuna traccia delle sue impronte sul fucile stesso; nessun bossolo di proiettile è stato rinvenuto nella camera, né alcun foro di proiettile nel muro. Le testimonianze dei soldati erano in conflitto le une con le altre, e con le loro stesse precedenti dichiarazioni.

Nonostante l’accusa abbia ammesso che Aafia non sia un membro di Al-Qa’ida, e che non sia collegata ad alcun gruppo terroristico, ella è stata a tutti gli effetti giudicata come se lo fosse. La lettura della sua sentenza è prevista per il 6 maggio, e potrebbe passare il resto della sua vita in un carcere americano di massima sicurezza. Attualmente, le è stato negato l’accesso alle linee telefoniche, non può né inviare né ricevere lettere, o eventuali visite, nell’interesse della “sicurezza nazionale”.
Aafia Siddiqui Day – Giornata mondiale per Aafia Siddiqui

Domenica 28 marzo 2010 sarà il 7 ° anniversario del rapimento di Aafia e dei suoi bambini. Per commemorare tale ricorrenza ed evidenziare il caso di Aafia come simbolo della brutalità della cosiddetta “guerra al terrorismo”, con l’obiettivo di farla reimpatriare in Pakistan e di avviare un’indagine sulla sorte dei suoi due bambini scomparsi, si è formato il Comitato Giustizia per Aafia (Justice for Aafia Coalition – JFAC -www.justiceforaafia.org), che attualmente è presente in quattro continenti.

In una giornata internazionale di protesta, il nostro obiettivo è di organizzare eventi, manifestazioni, campagne per l’invio di lettere, khutbah, etc nelle città di tutto il mondo, per dimostrare la nostra solidarietà nei confronti di Aafia, nello stesso giorno, il 28 di marzo.
Ognuno di voi può organizzare quanto segue:

a) Organizzare un evento nella vostra località. Si potrebbe passare un’ora approfondendo la sua vicenda, presentando il suo caso alla comunità, dopo averlo studiato approfonditamente. Il Comitato Giustizia per Aafia (JFAC) vi potrà fornire tutte le informazioni necessarie per la presentazione. Chiedete l’appoggio di politici di tutti gli schieramenti, dell’imam locale, e di qualsiasi altro contatto.

Se siete interessati ad organizzare una conferenza o un incontro di questo genere, con l’eventuale proiezione di un documentario, scrivete un’e-mail a events@justiceforaafia.org
b) Sottoponete il vostro progetto al sito, facendo in modo che sia tutto organizzato entro pochi giorni, e cercando di ottenere il più possibile l’attenzione dei mass media (submissions@justiceforaafia.org)

c) Chiedete a 20 persone della vostra comunità di inviare una lettera sia al vostro quotidiano locale che ad un quotidiano nazionale nella settimana che comincia il 22 marzo. Le lettere dovranno essere brevi, accennare al Giorno mondiale per Aafia Siddiqui, ricordando il rapimento, la detenzione, i bambini scomparsi e l’evento che si sta organizzando.

d) Cercate 20 persone (non le stesse del punto precendente) che scrivano quel giorno una lettera ad Aafia; anche i bambini potrebbero scriverle una letterina mashaAllah… Anche se attualmente le viene negato il diritto di ricevere posta, se il volume delle lettere ricevute fosse sufficiente, cio’ potrebbe aprire un lieve spiraglio.

e) Ci sarà Insha’Allah una marcia di solidarietà presso l’ambasciata del Pakistan a l’ambasciata Usa a Londra, domenica 28 marzo, a partire dalle ore 14.00. Vi chiediamo di pubblicizzare l’evento, e se possibile organizzare il viaggio di quanti volessero partecipare.

f) Il più presto possibile, sarà disponibile sul sito un opuscolo informativo e altre risorse; tutto il materiale sarà tradotto in più lingue, chiunque potrà stampare e distribuire il materiale.

g) Contattate la moschea locale, chiedendo di dedicare la Khutba di venerdì 26 marzo al caso di Aafia Siddiqui. InshaAllah ci sarà presto una khutba-modello disponibile da scaricare dal sito web

Ci sono altre idee in fase di sviluppo; chiunque volesse contribuire a questa campagna, può contattare il sito inshaAllah.

(info@justiceforaafia.org)

Sorella Aafia era solita sensibilizzare e raccogliere fondi per i suoi fratelli e sorelle in Bosnia durante il genocidio, aveva l’abitudine di andare a trovare i neo Musulmani a casa loro, e insegnare loro il Corano; insegnava ai disabili, portava i musahif e altri libri islamici ai prigionieri Musulmani negli Stati Uniti, ed è solo quel poco che sappiamo di lei. La piena portata dei suoi sforzi per questo Dîn, solo Allah la conosce. Cerchiamo di non perseverare nell’abbandono della nostra sorella, che è una prova di quanto sia debole questa Ummah, e di quanto siamo lontani dai tempi in cui una prigioniera Musulmana gridò: “Yâ Mu’tasim!!”…

Jazakum Allahu khayran

wa-s-salam

INSHAALLAH SCRIVETE ALLA SORELLA AAFIA SIDDIQUI, INVIATE LETTERE DI PROTESTA, FIRMATE LA PETIZIONE…

Per scrivere alla sorella AAFIA (che Allah la liberi):

AAFIA Siddiqui # 90279-054
MDC BROOKLYN
METROPOLITAN Detention Center
P.O. BOX 329.002
BROOKLYN, NY 11232

Gli avvocati di Aafia consigliano, quando le si scriva, di non discutere o richiedere informazioni riguardanti il suo caso, o le accuse contro di lei, la sua sorte o quella dei suoi figli, per gli ultimi cinque anni. Potete inviare delle fotografie nelle vostre lettere, ma non pacchi postali.
È possibile inviare libri, giornali e riviste direttamente dalle case editrici (come www.barnesandnoble.com o www.amazon.com). Aafia ha chiesto un quotidiano e libri sulla natura.

Se volete essere certi che non abbia già ricevuto una copia della rivista o del libro che si vuole inviare, per favore scrivete un’e-mail a Sarah Kunstler sarah@fkolaw.com

Se preferite potete inviare e-mails di sostegno per Aafia Siddiqui a contact@cageprisoners.com

Si prega di inviare messaggi di sostegno alla sua famiglia a contact@cageprisoners.com oppure a

support@justiceforaafia.org

Se non si desidera inviare una lettera direttamente scriveteci all’indirizzo letters@justiceforaafia.org e noi la stamperemo e invieremo per posta a vostro nome.

FONDO DONAZIONI PER LA DIFESA LEGALE DI AAFIA

Potete effettuare una donazione all’indirizzo: https://www.mlfausa.com/

Per informazionin più dettagliate consultate il sito http://www.justiceforaafia.org/

Scrivere al governo degli Stati Uniti

Inviare lettere alle autorità americane a proposito dei maltrattamenti subiti dalla nostra sorella, del verdetto ingiusto che è stato pronunciato mercoledì 3 febbraio 2010, nonostante l’inconsistenza delle prove contro di lei. Chiedere che venga immediatamente avviata un’indagine sulla sorte dei bambini scomparsi.

Telefonare o scrivere a

President Obama:
The White House
1600 Pennsylvania Avenue
NW Washington,
DC 20500

Si prega di includere il vostro indirizzo e-mail

telefono (è possibile registrare dei messaggi): 202-456-1111 Fax: 202-456-2461

FIRMATE LA PETIZIONE

http://www.gopetition.com/online/22570.html

Vi ricordiamo che la Giornata Mondiale per Aafia Siddiqui e’ prevista inshaAllah per il 28 marzo, invitiamo tutte le sorelle e i fratelli a fare anche un minimo gesto di solidarieta’, come scrivere una semplice lettera inshaAllah…

…e invitiamo veramente col cuore i cosiddetti “rappresentanti” dell’Islam in Italia a levare la loro voce in difesa della nostra sorella, vittima di cotanta ingiustizia… YA MU’TASIMA…

E almeno non dimenticatela nei vostri du’a, inshaAllah…

jazakumullahu khayran, wasalam